Pace totalitaria
- Scritto da root alle 21:09:35 // //
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Attenzione!!
Questo post è stato scritto in preda al panico e potrebbe risultare frammentario e confuso.
Se volete post scritti (non buttati giù così) leggete gli altri ^^
Mi prudono le mani.
Mi prudono perchè mi sono stancato, perchè non riesco più a sopportare.
Non sopporto vedere tutto il tempo quelle cazzo di pattuglie della polizia, ora affiancate dai militari tanto per Videlizzare la situazione, che girano per la città per tenerci d’occhio.
Mi sono stancato di pensare che fra 8 mesi avrò finalmente 18 anni e che anche se andrò a votare non potrò scegliere che fra la corruzione nera che si siede a destra o a sinistra nel Parlamento.
Mi sono stancato che le frasi del più grande imprenditore occidentale dell’era contemporanea, Henry Ford, siano a disposizione del mondo intero, tradotte in tutte le lingue, e che la gente non ci pensi minimamente. Che dica che se la gente capisse il nostro sistema monetario «prima di domani scoppierebbe una rivoluzione» e che ciò non susciti il minimo interesse.
Mi sono stancato che la moneta, una delle più grandi invenzioni della storia, quella che ho in tasca, non valga niente perché il sistema bancario internazionale punti su quello, e che nessuno dica niente.
Mi sono stancato di vedere che i telegiornali non fanno neanche il minimo riferimento alla vera situazione del mondo, che della guerra civile in Thailandia non si sappia niente, così come negli “altri 130” dove si muore di fame.
Mi sono stancato che millenni di filosofia facciano la apologia all’uguaglianza e alla non violenza e che questo non rimanga che mera teoria per i libri di scuola.
Mi sono davvero rotto il cazzo che nel mondo ci siano sette miliardi di meravigliose persone in grado di amare e che di queste 1 muoia di sete, 2 di fame, e che comunque non si pensi che a fare la guerra. Che tutte queste persone intelligenti vengano distratte e rese agnellini irascibili semplicemente con pane e circo, per poi essere spinte all’odio.
E ne ho davvero abbastanza di tutti quei falsi profeti che inneggiano al nazionalismo, alla discriminazione del diverso, anche all’interno della propria nazione. Che per raccogliere dei voti si facciano cartelloni con un bambino in grembo, perché quello che conta è la Cristiana unione del matrimonio, anche se magari è il secondo.
Mi sono stancato anche di come non ci si ricordi neanche per sbaglio di tutti quegli eroi che hanno lottato per un socialismo; che nelle stazioni dei quartieri più poveri, dove questo dovrebbe essere un imperativo, si trovino fuori i cartelli che inneggiano alla violenza e all’odio.
Mi sono stancato del fatto che non si trovino in giro monumenti fatti agli operai, che la gente muoia tutti i giorni facendosi il culo per solo un pezzo di pane. Del fatto però che ci vendano per oro le “grandi opere”, che sono letteralmente castelli di carte. Che la diga del Vajont sia venuta giù perchè a progettarla ci hanno messo dei figli di papà idioti incapaci di fare il loro lavoro. Che l’Abruzzo sia un mucchio di macerie e che le banche pretendano pure il pagamento dei mutui.
Mi sono stancato di non vedere nelle scuole i ritratti di Gandhi e di Luther King.
Sono stufo del sentirmi dire che tanto il mondo non può essere cambiato, e di trovarmi nella condizione di non riuscire a ribattere.
Sono stufo marcio della demonizzazione di bellissimi termini quali socialismo e rivoluzione, una reazione del popolo lodata dall’inventore del liberalismo (cosa che a leggere oggi ci fa ridere).
Sono stufo, stanco e depresso del vedere le persone che amo e che so che capiscono i miei discorsi, di vedere me stesso, cadere nelle stupide trappole del sistema.
Mi fa schifo, davvero orrore, che dei giornalisti, degli artisti, dei pensatori, vengano arrestati, derisi, isolati e uccisi solo perchè cercano di far risvegliare le persone.
Mi fa davvero tristezza che la gente possa avere un punto di vista diverso solo sulla carta.
Che dei bambini paghino le colpe delle nostre azioni, che ci siano bambini violentati, stuprati, uccisi, strumentalizzati perchè l’uomo non riesce a trattenere le sue volgari deformazioni.
Vorrei vedere scomparire tutte quelle persone che non sono in grado di andare oltre il risultato dell’ultima partita di calcio.
Che ci si deva rinchiudere in una finta utopia pur di non impazzire, che ci si deva astrarre. E drogare, che ci si deva drogare per non dover pensare, per non stare di merda tutto il giorno. Ed è odioso che le droghe vengano tenute in mano alle mafie invece che allo stato (già che c’è, almeno che lavori a favore del popolo), che dire “liberalizzazione” faccia rabbrividire, quando invece risolverebbe tutti i problemi, come negli anni 80 dove le mafie hanno fatto scomparire per un po’ la cara Maria da Milano così da mettere in mano a tutti quei giovani l’Eroina che poi gli ha distrutti.
E potrei mettermi a piangere pensando al fatto che sia io in un blog misero a parlare di queste cose, e non le grandi testate giornalistiche.
Che in nome della sicurezza si riempia la città di telecamere, invece che pensare agli individui (che vorrei far notare che ultimamente non sono quanti le persone, che gli individui in senso stretto sono una piccola minoranza rispetto a quegli orridi ammassi di persone tutte uguali, indistinguibili).
Non voglio credere che si chiudano gli spazi sociali e si aprano le caserme.
Perchè vi ricordo che “socialismo” significa stare vicino alle persone, ascoltarle e fare in modo che queste abbiano pari dignità, diritti e risorse. E non è come ci vogliono far credere, che il socialismo è sinonimo di “mangiarsi i bambini”. È la furia che mi percuote quando penso al fatto che anche quelle nazioni che si sono dichiarate socialiste siano finite per uccidere i dissidenti, per buttarli nelle foibe.
Mi sono stancato di svegliarmi al mattino e di sentirmi in colpa perchè ho accesso all’istruzione, alle risorse, al cibo; che non sono costretto ad indossare un fucile e ad uccidere i miei fratelli. Perchè alla fine la storia di Adamo ed Eva, poche palle, tralasciate le questioni sulla cacciata infame dal paradiso terrestre, ha un fondamento molto importante: che siamo tutti figli dei due originari, e quindi tutti uguali.
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Ma poi mi spiegate che differenza c’è fra uno “straniero” regolare e un clandestino? Perchè il clandestino non dovrebbe ricevere cure?
Non siete neanche razzisti seri.
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“Quanti treni ci vogliono?” (sta volta mi rifo alla tivvì)
Siamo in guerra con i clandestini
Sandro Mazzatorta
Vicecapogruppo Lega Nord al Senato
‘Va che se Familia Cristiana si mette a criticare un governo di destra (e lo ha già fatto più volte) sono davvero cazzi eh!
E che non vengano a parlare di “catto-comunisti” che è un termine che fa ridere. È come dire padano-filoislamici!
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Ma comunque…com’è sta storia degli stranieri stupratori? No, davvero, cioè, siamo obbiettivi: sono il 6%. Come fanno ad accollarsi la maggior parte degli stupri? Ci si dovrebbero occupare full-time! Neanche volendo ce la farebbero!
E poi gli stupri ci sono da sempre, soprattutto in un paese come l’Itaglia (con GL) che è cresciuto col modello latino del patherfamilias dove la maggior parte (si parla di cifre attorno al 50%) delle violenze sulle donne avviene da conoscenti (spesso mariti o padri).
Quando sono stranieri sono mostri, quando quattro ragazzini 15enni violentano una compagna di classe è colpa dell’alcol.
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“I nostri cittadini questo problema lo sentono, non dipende da quello che diciamo qui questa sera” dice un altro fascistone ospite da Gad.
E invece certo che dipende da quello che dite! L’”informazione” ormai è monopolio della televisione (che è monopolio del Governo), gli itagliani sentono i problemi che gli sbattono in faccia in tv massoncelli da due soldi tutti infarinati.
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La panoramica itagliana mi fa comunque venire i brividi. Ci sono 800mila clandestini e il governo li vuole cacciare via, riportandolo al loro stato di origine o in stati di transito (e dopo si occuperanno davvero di riportarli a casa?) mettendoli prima in strutture di raccolta (perchè mi viene in mente Fossoli e il campo dove stava Primo Levi che ho visitato l’anno scorso) dove tenerli, identificarli, maltrattarli un po’ (così imparano) e poi a casa (o a caso).
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Mi scuso per il post frammentato ma non sono in una situazione comoda per scrivere.
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«Hai da accendere?»
Chissà se uno dei ragazzi romani ha chiesto così a un passante prima di dare fuoco all’immigrato indiano.
Per fortuna però la giustizia ha fatto il suo giusto corso: tutti fuori, e comunque non ci sono abbastanza prove per dire che è un reato di razzismo. Secondo l’attuale versione (skyTg 24) i ragazzi erano in giro e non sapevano che fare. Dovrebbe sentirsi orgoglioso il cerino, è passato da immigrato a tedoforo. O a torcia. «Volevamo provare una emozione forte per finire la serata». Cospargetevi le palle con l’alcool e datevi fuoco se volete provare una sensazione eccitante, stronzi.
Però i nostri cari parlamentari hanno una strategia davvero vincente per evitare questi reati contro gli immigrati: impedire loro di stare sul territorio. Eh sì, perchè ormai per fare un permesso di soggiorno non devi pagare solo i 70 euro che c’erano fino a ora, ma anche un nuovo contributo (richiestissimo dalla Lega) che va dal 70 al 285 per cento della spesa.
Inoltre il magnifico sistema dei permessi elettronici è talmente buggoso (parliamo di un degno rivale di Vista) che il permesso ti arriva pochi giorni prima della scadenza dello stesso.
E intanto quando a Napoli una palazzina viene sgomberata le 200 persone italiane che ci abitano vengono subito ospitate da un municipio, gli stranieri si vanno a rifugiare al Duomo (dopo giorni per strada) e appena uno esce per fare una chiamata zaf lo prendono subito i pulotti. Dopotutto questo è un governo militare no? Uno per ogni bella ragazza.
Eppure il loro rappresentanta Mohamad parla un ottimo italiano e pare coltissimo, un sofista nato.
Islamofobia? Xenofobia? Che patetico.
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Diario da Gaza, Un giorno in ambulanza
Da Vittorio Arrigoni (volontario italiano a Gaza)

«Alla gente innocente di Gaza: la nostra guerra non è contro di voi ma contro Hamas, se non la smettono di lanciare razzi voi vi troverete in pericolo». E’ la trascrizione di una registrazione che è possibile ascoltare rispondendo al telefono queste ore a Gaza. L’esercito israeliano la sta diffondendo illudendosi che i palestinesi non abbiano occhi e orecchi. Occhi per vedere che le bombe colpiscono quasi esclusivamente obiettivi civili, come moschee ( 15, l ‘ultima quella di Omar Bin Abd Al Azeez di Beit Hanoun) scuole, università, mercati, ospedali. Orecchie per non udire le urla di dolore e terrore dei bambini, vittime innocenti e eppure predestinate di ogni bombardamento. Secondo fonti ospedaliere, nel momento in cui sto scrivendo sono 120 i minori rimasti uccisi sotto le bombe, su un totale di 548 morti, più di 2700 feriti, decine e decine di dispersi.
Due giorni fa all’ospedale della mezzaluna rossa nel campo profughi di Jabalia, la notte non è mai calata. Dal cielo gli elicotteri Apache hanno lanciato ordigni illuminanti in continuazione, tanto da non farci accorgere di una qualche differenza tra giorno e notte. Il cannoneggiare ripetuto di un tank posto a meno di un chilometro dall’ospedale ha crepato seriamente le mura dell’edificio, ma abbiamo resistito fino alla mattina. Verso le 10 circa, bombe sul campo incolto adiacente all’edificio, fuoco di mitragliatrice tutt’attorno: per i medici della mezzaluna rossa quello era un messaggio dell’esercito rivolto a noi -evacuazione immediata, pena la vita. Abbiamo trasferito i feriti in altre strutture ospedaliere e ora la base operativa delle ambulanze è sulla strada di Al Nady, il personale medico sta seduto sui marciapiedi in attesa delle chiamate, che si susseguono febbrilmente.
Per la prima volta dall’inizio dell’attacco israeliano ho visto negli ospedali dei cadaveri di membri della resistenza palestinese. Un numero piccolo, di fronte alle centinaia di vittime civili, che dopo l’invasione di terra si sono moltiplicate esponenzialmente. Dopo l’attacco alla moschea di Jabalia (coinciso con l’entrata dei tank) che ha causato 11 morti e una cinquantina di feriti, per tutta la notte di sabato scortando le ambulanze ci siamo resi conto della tremenda potenza distruttiva dei proiettili sparati dagli israeliani. A Bet Hanoun una famiglia che si stava scaldando nella propria casa dinnanzi ad un fornellino a legna è stata colpita da uno di questi micidiali colpi di cannone. Abbiamo raccolto 15 feriti, 4 casi disperati. Poi verso le 3 del mattino abbiamo risposto ad una chiamata d’emergenza: troppo tardi, davanti alla porta di un’abitazione tre donne in lacrime ci hanno messo in braccio una bambina di quattro anni avvolta da un lenzuolo bianco, il suo sudario, era già gelida. Ancora una famiglia colpita in pieno, questa volta dall’aviazione, a Jabalia, due adulti con in corpo schegge di esplosivo. I due figli hanno riportato ferite lievi, ma da come strillavano era evidente il trauma psicologico che stavano vivendo, qualcosa che li segnerà indelebilmente per tutta la vita più di uno sfregio su una guancia. Anche se nessuno si ricorda di citarli, sono migliaia i bambini afflitti da gravi turbe mentali procurate dal terrore dei continui bombardamenti, o peggio dalla vista dei genitori e dei fratellini dilaniati dalle esplosioni.
I crimini di cui si sta macchiando Israele in queste ore vanno oltre i confini dell’immaginabile. I soldati non ci permettono di andare a soccorrere i superstiti di questa immensa catastrofe innaturale. Quando i feriti si trovano in prossimità dei mezzi blindati israeliani che li hanno attaccati, a noi sulle ambulanze della mezzaluna rossa non è concesso avvicinarci, i soldati ci bersagliano di colpi. Avremmo bisogno della scorta di almeno un’ambulanza della croce rossa, in coordinamento con i comandi militari israeliani, per poter correre a cercare di salvare vite: provate a immaginare quanto tempo porterebbe via una procedura del genere, una condanna a morte certa per dei feriti in attesa di trasfusioni o di trattamenti di emergenza. Tanto più che la croce rossa ha i suoi di feriti a cui pensare, non potrebbe in nessun modo rendersi disponibile ad ogni nostra chiamata. Ci tocca allora stazionare in una zona «protetta», eufemismo qui a Gaza, e attendere che i parenti ci portino i congiunti moribondi, spesso in spalla.
Così è andata verso le 5.30 di stamane, abbiamo arrestato col motore acceso l’ambulanza al centro di un incrocio e indicato tramite telefono la nostra posizione ad uno dei parenti dei feriti. Dopo una decina di minuti di snervante attesa, quando aveva già deciso di ingranare la marcia ed evacuare l’area per andare a rispondere ad un’altra chiamata, abbiamo visto girare l’angolo e dirigersi verso di noi, lentamente, un carretto carico di persone sospinto da un mulo. Una coppia con i suoi due figlioletti.. La migliore rappresentazione possibile di questa non-guerra.
Questa non è una guerra perché non ci sono due eserciti che si danno battaglia su un fronte; è un assedio unilaterale condotto da forze armate (aviazione, marina, ed esercito) fra le più potenti del mondo, sicuramente le più avanzate in fatto di equipaggiamento militare tecnologico, che hanno attaccato una misera striscia di terra di 360 kmq, dove la popolazione si muove ancora sui muli e dove c’è una resistenza male armata la cui unica forza è quella di essere pronta al martirio.
Quando il carretto si è fatto abbastanza vicino gli siamo andati incontro, e con orrore abbiamo scoperto il suo macabro carico. Un bimbo stava sdraiato con il cranio fracassato, gli occhi letteralmente saltati fuori dalle orbite, lo abbiamo raccolto che ancora respirava. Il suo fratellino invece presentava il torace sventrato, gli si potevano distintamente contare le costole bianche oltre i brandelli di carne lacera. La madre teneva poggiate le mani sul quel petto scoperchiato, come se cercasse di aggiustare qualcosa.
Un ulteriore crimine, e nostro ennesimo personale lutto.
L’esercito israeliano continua a prendere di mira le ambulanze. Dopo il dottore e l’infermiere morti a Jabalia 4 giorni fa, ieri è toccato ad un nostro amico, Arafa Abed Al Dayem, 35 anni, che lascia 4 figli. Verso le otto e mezza di ieri mattina abbiamo ricevuto una chiamata da Gaza city, due civili falciati dalla mitragliatrice di un tank; una delle nostre ambulanze della mezzaluna rossa è accorsa sul posto. Arafa e un infermiere hanno caricato i due ferti sull’ambulanza, hanno chiuso gli sportelli pronti a correre verso l’ospedale, quando sono stati centrati in pieno da un proiettile sparato da un carro armato. Il colpo ha decapitato uno dei feriti e ha ucciso anche il nostro amico; l’infermiere se l’è cavata ma è ora ricoverato nello stesso ospedale dove lavora. Arafa, maestro elementare, si offriva come volontario paramedico quando c’era carenza di personale.Siamo sotto una pioggia di bombe, nessuno se l’era sentita di chiamarlo in una situazione di così alto rischio. Arafa si era presentato da solo, e lavorava conscio dei pericoli, convinto che oltre la sua famiglia c’erano anche altri essere umani da difendere, da soccorrere. Ci mancano le sue burle, il suo irresistibile e contagioso sense of huomor che rallegrava l’intero ospedale Al Auda di Jabalia anche nelle sue ore più cupe e drammatiche, quando sono più i morti e i feriti che confluiscono, e ci sente quasi colpevoli, inutili per non aver potuto fare qualcosa per salvarli, schiacciati come siamo da una forza micidiale inesorabile, la macchina di morte dell’esercito israeliano. Qualcuno deve arrestare questa carneficina, ho visto cose in questi giorni, udito fragori, annusato miasmi pestiferi, che se avessi
mai un giorno una mia progenia, non avrò mai il coraggio di tramandare. C’è qualcuno là fuori? la desolazione del sentirsi isolati nell’abbandono è pari alla veduta di un quartiere di Gaza dopo un’abbondante campagna di raid aerei. Sabato sera mi hanno passato al telefono la piazza di Milano in protesta, ho passato a mia volta il cellulare agli eroici dottori e infermieri con cui stiamo lavorando, li ho visto rincuorarsi per un breve attimo. Le manifestazioni in tutto il mondo dimostrano che esiste ancora qualcuno in cui credere, ma le manifestazioni non sono ancora abbastanza partecipate per esercitare quella pressione necessarie affinché i governi occidentali costringano Israele in un angolo, ad assumersi le sue responsabilità come criminale di guerra e contro l’umanità. Moltissime le donne gravide terrorizzate che in queste ore stanno dando alla luce figli frutti di parti prematuri. Ne ho accompagnate personalmente tre a partorire. Una di queste, Samira, al settimo mese, ha dato alla luce uno splendido minuscolo bimbo di nome Ahmed. Correndo con lei a bordo verso l’ospedale di Auda e lasciandoci dietro negli specchietti retrovisori lo scenario di morte e distruzione dove poco prima stavamo raccogliendo cadaveri, ho pensato per un attimo che questa vita in procinto di fiorire potesse essere il beneaugurio per un futuro di pace e speranza. L’illusione si è dissolta col primo razzo che è crollato a fianco della nostra ambulanza tornando da Auda al centro di Jabalia. Queste madri coraggio mettono tristemente al mondo creature le quali assorbono come prima luce nei loro occhi, nient’altro oltre il verde militare dei tanks e delle jeeps e i lampi intermittenti che precedono le esplosioni. Quali prospettive di vita attendono bimbi che fin dal primo istante della loro nascita avvertono sofferenza e urla di disgrazia?
restiamo umani.
Vittorio Arrigoni
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