Mi stimo poco quando mi esamino; molto, quando mi confronto. (Il signor Chiunque)

«Tutti, d’altronde, mi sembrano oggi più o meno nauseati di provare alcunché. Spero che ci saranno presto quattro o cinque teatri per capitale i quali, offrendo una rappresentazione sensibilmente migliore che nella realtà degli eventi usuali della vita, indurranno tutti a non darsi neppure più la pena di vivere. Quandi ci si vorrò appassionare o commuovere, si prenoterà un palco, sarà più semplice. Questa scappatoia non sarebbe millevolte preferibile, dando retta al buon senso?… Perché esaurirsi in passioni destinate all’oblio?… Che cosa non si finisce per dimenticare nel giro di un semestre? Ah! se sapeste quanto silenzio portiamo in noi!…»

Tratto dal racconto Sentimentalismo di Villeirs de l’Isle-Adam, 1883.

Profetico, eh?

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Uomini di corsa

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Uomini di corsa..uomini in carriera.
Uomini che hanno dimenticato cosa vuol dire vivere.
Non fermatevi.
Non osate guardarvi negli occhi.
Non innamoratevi.
Abbiate paura di ogni sensazione, abbiate paura di ogni emozione.
Correte, correte, correte verso una casa infelice, verso un lavoro infelice, verso una vita infelice.
Correte a guadagnare tempo, a guadagnare soldi: il tempo è denaro e voi non avete tempo.
Un barbone sdraiato per terra vi guarda, sorride.
Sorride perchè sa di essere superiore a voi, anche se calpestato.
Lui ha imparato cosa vuol dire vivere, sa guardarvi negli occhi e osserva con dispiacere questi uomini che corrono.
I suoi sguardi non sono mai ricambiati.
Si innamora dieci volte al secondo di persona che non hanno tempo di guardarlo in faccia, di donargli anche solo un piccolo sorriso.
Ma lui è superiore a voi, perchè lui è ancora in grado di sorridere, di sorridervi, senza vergogna, senza pensarci, lui vi sorride e voi non notate in suo sorriso.
La sua voglia di vivere voi non la capite, date per scontato e pretendete cose che lui sogna la notte.
Non sapete apprezzare ciò che avete, lui ne farebbe tesoro.
Sa osservare, sa sorprendersi ancora e canta, e balla, balla dalla gioia, balla dal dolore, balla quando c’è il sole, balla quando c’è la pioggia.
Balla e vede le stelle anche sotto un cielo grigio.
Lui vede oltre la nube tossica.
Lui riesce a scorgere anche la più piccola stella, quella meno luminosa, quella che nessuno mai noterà, e si identifica in lei.
Lui balla e gli uomini di corsa lo scrutano, questa volta sono i loro sguardi maligni a non essere ricambiati.
Questa volta sono loro ad essere impotenti rispetto a tanta vita.
Il barbone balla, guarda il cielo in cui voi non vedete niente.
Lui guarda il suo cielo stellato e non più i vostri occhi perchè sono ancora più vuoti, molto più vuoti di quel cielo che non vi impegnate ad osservare.
Si forma un cerchio intorno al barbone: un cerchio di protezione da quegli uomini correnti che hanno paura, paura di fermarsi a guardarlo, paura di essere visti.
Hanno paura di quella vita, hanno paura della loro stessa vita.
Il barbone urla, URLA la sua vita.
Attira qualche sguardo distratto, le code degli occhi.
Crudele paura.

Martina Luna Rubini
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Legumi francesi

Il quaderno giaceva predisposto a un grande salto nell’inferno amaro di un canto strepitoso di tizzoni ardenti senza senso ne direzione apparente.

Il topolino attendeva l’arrivo della stufa, stufo di quel ciarlatano in televisione che gli plagiava l’anima.

Il CD e il caffè erano ottimamente predisposti così da poter essere gustati appena usciti dal bagno. Il film diceva poco a entrambi, forse perché era muto, o forse perché era distante anni luce da quei mille racconti redatti sotto diversi stati d’animo che solo quei versi avevano la capacità di contenere.

Particolarmente bello era il ventoso trascorrere di giorni tutti uguali dediti alla canina tradizione del riflettere.

Lo zen, lo zenzero, la stessa cosa quando mancano. Tutto è uguale a tutto quando non c’è, perché è assenza. Quindi giù di assenzio.

E desiderio di veder scorrere veloci i giorni. Non tutti.

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Perché l’intuizione è portata da un altro livello di coscienza

Orwell disse che «i libri migliori sono proprio quelli che dicono quel che già sappiamo» e, aggiungo io, che magari non eravamo in grado di esprimere, oppure che non avevamo mai esplicitamente espresso.
Allora la bellezza delle teorie scientifiche (le quali possono essere diversamente considerate e capite da persone diverse) è data da una pre-conoscenza di esse?

Allora è vero che una buona teoria deve essere bella, perché chi la enuncia è riuscito a formulare tale pre-conoscenza, quindi vedendola meravigliosa. Se risultasse ai suoi occhi brutta, allora non vi sarebbe sotto vera conoscenza, sarebbe erronea (tranne che per fortuite “coincidenze”?)

NdA: qui ci starebbe forse un sillogismo, ma mi sfugge terribilmete

Ecco che assume senso il motivo per cui spesso intravvediamo nelle opere altrui significati non intesi dagli stessi autori. Questi, producendo la loro opera, sono portati a usare certe parole (note, tecniche…a seconda dell’opera d’arte) piuttosto che altre e che pure potrebbero avere la stessa utilità nel raggiungere il fine voluto, perchè queste parole esprimerebbero la verità.
Gli spettatori dell’opera, poi, coglierebbero da questa nuovi significati, menanazioni a loro volta di verità, che conferirebbero all’opera la sua bellezza.

PS: leggendo su internet commenti riguardo alla citazione di Orwell spesso incontro pareri contrari che dicono che un bel libro deve smuovere dalle proprie concezioni. Tale parere mi trova parallelamente d’accordo a quello di Orwell, al quale io penso tenendo presente il continuo mutare, direi panta rei, dei punti di vista. Ecco quindi che un libro che mi trova d’accordo, che esprime ciò che sapevo, può essere visto orribilmente da altri con altri pareri. Ciò non mette il mio punto di vista al di sopra o al di sotto dell’altro, ma solo su un’altro punto di vista, per me vero, per l’altro no.

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Chiacchiericcio sul tempo

ATTENZIONE:
questo è il risultato di un mio vaneggiamento basato sulle minime conoscienze che ho sulla relatività generale e altre teorie che io possa essere andato a ripescare. Questo testo è più di metafisica che di fisica in quanto non ho ne gli strumenti teorici ne pratici (matematici) per dimostrare o confutare ciò che ho scritto.

Consideriamo il tempo come una dimensione spaziale.
Quella che chiamiamo velocità quindi è il rapporto fra i segmenti che compongono la traiettoria visibile e il modulo del vettore temporale descritto dal moto di un corpo.
Un calcolo dello spostamento complessivo si otterrebbe quindi incrociando i dati spaziali con quello temporale.
Chiamiamo per comodità questo incrocio “somma”. Tale somma non sarebbe una semplice addizione poichè così come per trovare il secmento che descrive una traiettoria non basta una addizione s = Δx + Δy + Δz ma bisogna avvalersi del Teorema di Pitagora s = √(Δx² + Δy² + Δz²). Quindi la nostra somma, per estensione, dovrebbe essere s = √(Δx² + Δy² + Δz² + Δt²).
Ecco però che si pone un problema: l’unità di misura.
Noi definiamo il metro in funzione del tempo impiegato dalla luce per percorrerlo. Come omogeneizzare lo spazio al tempo (come definire “un metro di tempo”? Probabilmente dalla misura della velocità della luce nel vuoto che è costante)? E come interpretare “la nostra velocità” (divenuta rapporto fra segmenti)? TEnendo presente che maggiore è la “velocità spaziale” minore è la “velocità temporale”, si rende necessario un riduttivo concetto di tempo assoluto da attraversare (probabilmente è solo un concetto troppo lontano dalla nostra realtà per poterlo concepire quello di “tempo spaziale”, che non richiede la presenza di un “tempo” inteso come lo è normalmente, ma che non possiamo capire, un po’ come immaginare un tesseratto*)?
Si possono considerare altre dimensioni per ogni grandezza scalare nelle proprietà variabili delle cose, quali la durezza, dove queste si sposterebbero spinti, magari, dal “tempo” (quello problematico, assoluto, umano)?

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* Un tesseratto, l’equivalente del quadrato e del cubo, a quattro dimensioni.

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